Contenuti extra: l’intervista completa a Pietro Nicolodi per MM n.1

E’ uscito oggi sul sito de La Sestina il primo numero di MM di questo biennio, al cui interno trovate il mio pezzo sul lavoro dei telecronisti sportivi durante una pandemia. Come bonus per chi volesse saperne di più, riporto qui per intero l’intervista concessami da Pietro Nicolodi (Sky Sport) per la realizzazione dell’articolo.


Come si raccontano le partite quando non c’è il pubblico negli stadi?

C’è un aumento spasmodico della concentrazione, nel senso che tendi a coprire anche gli spazi che prima lasciavi al rumore di fondo e ai cori del pubblico. Prima lasciavi parlare un po’ di più le immagini. Oggi non puoi, perché le immagini parlano di tribune vuote, curve deserte.

Anche le telecamere raramente fanno vedere altro che non sia il campo, e questo ti fa rimanere molto più collegato alla partita. A volte sembra tutto più lungo, proprio perché non ci sono inquadrature che spezzano e possono farti venire degli spunti (ad esempio, qualcuno sulle tribune). Ma in realtà restare così tanto sul gioco, forse, è anche meglio. E poi, se la partita è bella, non ti accorgi quasi di niente.

Devo dire che non avrei mai pensato che, in fin dei conti, si potesse anche arrivare a divertirsi. Non avevo mai fatto telecronache di partite a porte chiuse, e quelle poche che avevo guardato erano state di una noia pazzesca. Quando facevo Diretta Gol c’erano le partite della Dinamo Zagabria che giocava a porte chiuse (a causa di episodi di razzismo, ndr), e quando passavi la linea lì ti veniva una tristezza micidiale: potevano fare le più grandi giocate del mondo ma sembrava tutto finto. E invece, con il fatto che dappertutto non c’è il pubblico, ci si abitua. Per esempio, nel tennis quando fanno un colpo pazzesco ti manca il rumore del pubblico. Però intanto il colpo pazzesco l’hanno fatto lo stesso, e quindi va bene così.

Ma commentare le partite durante questa emergenza, secondo me, fa anche capire molto sugli stessi atleti. Prima qualcuno poteva avere dei dubbi: gli sportivi giocano per i soldi, per la fama, per il pubblico? Guardandoli in campo anche in questo periodo, capisci che loro, semplicemente, giocano perché si divertono a giocare. Ed è questa la cosa più importante.

Cambia anche la preparazione alla telecronaca?

Da questo punto di vista in realtà non cambia moltissimo: già prima della pandemia passavo uno spaventoso numero di ore a cercare informazioni e dati. Poi, come al solito, alcune cose ti servono veramente in cronaca, mentre altre le lasci lì e le ritrovi tre giorni dopo in mezzo ai 200 fogli che hai preparato.

A maggio, quando era ricominciata solo la Bundesliga, prepararsi era molto più facile. Poi quando sono ricominciati anche gli altri campionati e gli altri sport, ha iniziato a essere di nuovo necessario raccogliere tantissimi dati in pochissimo tempo.

Paradossalmente, poi, le partite più facili da preparare sono i big match come un Bayern-Borussia Dortmund: hai visto quasi tutte le partite delle due squadre negli ultimi anni, quindi ti vengono facilmente gli spunti mentre guardi quello che commenti. Per i match non di cartello bisogna invece prepararsi moltissimo, perché non sai se verrà fuori una partita buona e devi comunque avere qualcosa da raccontare. Poi, se la partita ti aiuta, bene. Se no, almeno sei coperto.

Il distanziamento sociale ha anche “separato” le coppie di commentatori, costringendole a raccontare una partita da due cabine diverse o, addirittura, a distanza di chilometri l’uno dall’altro (penso al commento tecnico di Alex Liddi in collegamento dall’Arizona durante l’ultima stagione di MLB). Questo aumenta la difficoltà del lavoro?

Un po’, sicuramente, ma anche lì, sopperisci mettendoci il triplo di attenzione. Stai molto attento a quello che dice l’altro e, ovviamente, cerchi di non andargli sopra mai. Molto dipende dal feeling che hai con chi sta commentando con te. Forse nel tennis è più facile perché ci sono molti più tempi morti e si riesce a non andarsi sopra. Nel baseball è un po’ più complicato: non era semplicissimo, ma sono contento di come ce la siamo cavata. Non mi è pesato così tanto come avrei pensato.

Che reazione hai percepito da parte del pubblico quando è tornato lo sport dopo il lockdown primaverile?

C’era tantissima voglia di tornare a vedere lo sport. A Maggio, quando abbiamo ricominciato con la Bundesliga, gli ascolti sono stati straordinari. A volte incontro gente per strada che mi dice di aver guardato una partita per la prima volta in questi mesi, dopo anni di perdita di interesse nei confronti del calcio. Ora che non c’è niente da fare e non si può fare niente, tutto sommato almeno un’ora e mezza ti passa via guardando lo sport. Quanto ad ascolti, in Europa ci sono dei dati fantastici. Tutto il contrario di quello che succede invece negli Stati Uniti, dove i dati televisivi non sono proprio clamorosi, e regge quasi solo il football.

Per un appassionato di sport come me (nella sua bio di twitter, Pietro si definisce “presidente dell’associazione tele-pc-sport-dipendenti”, ndr) il primo lockdown è stato stranissimo: non c’era niente. Mi sono trovato a guardare il campionato bielorusso di calcio e quello taiwanese di baseball (ride, ndr). Però ne ho approfittato per rivedere alcune delle mie partite preferite di tutti gli sport. Una su tutte, Gara 6 della World Series tra Cardinals e Rangers del 2011.

Ero in cabina di commento per quella partita, e ad oggi di quella notte ricordo solo una cosa. Erano le sei di mattina quando c’è stata la prima rimonta dei Cardinals al nono inning. Ero totalmente distrutto dalla stanchezza, ma l’ultima ora di telecronaca l’ho fatta in piedi: ero talmente esaltato da quello che stava succedendo che non riuscivo a stare seduto.

Senti anche una maggiore responsabilità nel tuo lavoro, in questo periodo in cui spesso lo sport è l’unico svago possibile?

Un po’, ma un minimo di responsabilità ce l’hai sempre. Cerco sempre di veicolare il modo giusto di vedere lo sport, spiegare che nella vita si può vincere, si può pareggiare e si può anche perdere. E non è che se perdi è sempre tutto da buttare via.

Bisogna stare attenti al tipo di messaggio da dare: anche se alla fine non arriva la vittoria, non è che ci si deve sempre scagliare contro quello che ha perso. Se ha dato tutto e anche di più di quello che aveva, va benissimo lo stesso. Lo sport è questo, è saper accettare anche le sconfitte. Ci sta esaltarsi per lo sport, ma non bisogna deprimersi per lo sport: da questo punto di vista ammiro molto la filosofia americana dello sport, ma anche quella tedesca.

Poi in questo periodo qui, soprattutto le prime partite dopo le chiusure, un minimo di attenzione in più bisognava metterla. Ricordo che all’inizio della mia prima telecronaca ho fatto un discorso del tipo «Siamo in questo periodo, però è giusto che continuiamo a fare le cose che ci piacciono». E a me piace fare il commentatore sportivo.

Published by pierluigimandoi

No matter how good you are, you're going to lose one-third of your games. No matter how bad you are you're going to win one-third of your games. It's the other third that makes the difference. (Tommy Lasorda)

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: