Curt Schilling, l’ex lanciatore idolo della alt-right

Questo post fa parte di “Le mille storie di Capitol Hill”, progetto corale dei giornalisti della “Walter Tobagi” di Milano. A questo link trovate tutti gli articoli che ne fanno parte.

216 vittorie in 20 stagioni con Phillies, Diamondbacks, Astros, Red Sox e Orioles. Tre titoli mondiali da protagonista, un premio di MVP della World Series. E un momento che resterà indelebile nella storia del baseball: il 19 ottobre 2004, quando salì sul monte nonostante l’infortunio al tendine della caviglia che gli sporcava di sangue il calzettone destro, e lanciò sette straordinari inning contro i New York Yankees, contribuendo a interrompere la maledizione dei Boston Red Sox, che durava da 86 anni.

Curt Schilling, nato ad Anchorage (Alaska) nel novembre di 54 anni fa, con le sue prestazioni è diventato un simbolo del baseball degli anni 2000. Quanto a statistiche, con più di 3000 strikeout e una WAR (Wins Above Replacement, statistica che prova a sintetizzare in un numero il valore di un giocatore – qui la spiegazione completa) di 79.5, avrebbe tutti i requisiti per il sommo onore che possa mai essere riservato a un giocatore di baseball: l’entrata nella Hall of Fame di Cooperstown.

Nei 13 anni dalla sua ultima partita, però, Schilling è stato incredibilmente in grado di portare in secondo piano le sue imprese sul campo, costruendosi di fatto una nuova identità. In un mondo sportivo che negli ultimi tempi è diventato (almeno a parole) progressista come mai, l’ex lanciatore dei Sox si è ammantato di un ruolo quasi da villain hollywoodiano: l’unico atleta apertamente vicino alla alt-right, all’oltranzismo trumpiano e alle teorie cospirazioniste di Qanon. Così facendo, è diventato uno degli idoli di quella parte di America che abbiamo tragicamente visto assaltare il Campidoglio il 6 gennaio scorso, e si è attirato le giustificate critiche di tutto il resto dell’opinione pubblica. Inclusi i giornalisti che votano per la Hall of Fame: al nono anno su dieci di eleggibilità, Schilling non ha ancora accumulato il 75% di preferenze, necessario per l’elezione. E sembra che stia perdendo voti per strada.

Una trasformazione, quella del pitcher, che ha raggiunto il suo apice giovedì scorso, il giorno dopo i fatti di Capitol Hill. Schilling, che su Twitter ha deciso di anteporre al suo nome il titolo di “president elect” (tanto, secondo lui, non sarebbe l’unico a utilizzarlo fraudolentemente), ha deciso di commentare la situazione in questo modo:

«Voi codardi siete rimasti seduti a far nulla, mentre la spazzatura liberal saccheggiava, creava disordini e bruciava tutto per rubare televisori grandi e scarpe Air Jordan. Adesso state zitti e guardate, mentre il popolo fa partire un conflitto per qualcosa che è davvero importante: i diritti, la democrazia, la fine della corruzione del governo». Parole che si commentano da sole, dalle accuse false e diffamatorie verso i manifestanti di Black Lives Matter fino alla giustificazione del tentato assalto alla democrazia USA da parte di Proud Boys e company.

Ma si tratta, appunto, solo dell’ultimo episodio. Conviene fare un passo indietro, e ricostruire tutte le tappe che hanno portato una ex leggenda del baseball a diventare un simbolo degli ultraconservatori.

Dopo essere stato costretto al ritiro dal baseball giocato a causa di un problema alla spalla, Curt Schilling decise di dedicarsi alla sua più grande passione dopo il diamante: i videogiochi. Già durante la sua carriera, passava gran parte del tempo libero a giocare a MMORPG come Everquest o World of Warcraft e, quando appese il guantone al chiodo, decise di provare a crearne uno. Fondò praticamente dal nulla una software house, la chiamò 38 Studios (38 era il suo numero di maglia) e, nel 2010, annunciò lo sviluppo del suo primo titolo: Kingdoms of Amalur: Reckoning, anch’esso un MMORPG.

Al fine di produrre il videogame, Schilling e la sua compagnia si fecero prestare 75 milioni di dollari, dallo Stato del Rhode Island, promettendo in cambio che avrebbero creato 450 posti di lavoro entro il 2012. Ai tempi il governatore statale era Donald Carcieri, repubblicano, e molti esperti gli avevano sconsigliato di dare quel denaro a 38 Studios, le cui previsioni di crescita (pubblicare un gioco di grandissimo successo ogni due anni) sembravano decisamente troppo ottimistiche e poco giustificate. Ma a Carcieri non importava: serviva qualcosa, qualsiasi cosa, per arrestare la disoccupazione nello Stato, arrivata al 12%, un livello record. E poi le elezioni erano vicine.

Come forse avrete intuito, quella del governatore non fu una buona scelta. Schilling effettivamente assunse le persone che si era impegnato ad assumere, ma la sua gestione aziendale si rivelò più che scellerata. Pur senza ottenere alcuna entrata fino alla pubblicazione del primo titolo, l’ex campione offriva ai suoi impiegati un salario mensile medio di 86mila dollari annui, ben superiore a quello che una startup come la sua si sarebbe potuta permettere. Pagava loro anche l’assicurazione medica (una delle migliori sulla piazza, peraltro) e, per convincerli a trasferirsi in Rhode Island, rese l’azienda garante per i mutui delle loro vecchie case, fino a quando non fossero riusciti a venderle. Inoltre, per creare il mondo in cui il gioco doveva essere ambientato, assunse il rinomato scrittore di fantascienza R.A. Salvatore, al quale promise ben due milioni di dollari.

38 Studios aveva milioni e milioni di spese, ogni singolo mese. E, quando Kingdoms of Amalur: Reckoning uscì, nel febbraio 2012, non riuscì a vendere abbastanza (anche se aveva ricevuto i favori della critica). Solo 1,5 milioni di copie, un numero non brutto per una compagnia esordiente, ma decisamente inferiore rispetto alle aspettative e alle spese di 38 Studios. La compagnia non riuscì a restituire in tempo al Rhode Island i 75 milioni prestati, e smise di pagare gli stipendi ai dipendenti.

Schilling chiese nuovamente aiuto al governo locale, per una dilazione o ulteriori benefici, ma intanto le elezioni le aveva vinte Lincoln Chafee, candidato indipendente ma vicino ai Democratici. Chafee mise la parola “fine” alla storia di 38 Studios, dichiarando pubblicamente che quella compagnia era stata «il peggior investimento nella storia del Rhode Island». Decise inoltre di fare causa all’ex lanciatore e denunciarlo per bancarotta fraudolenta: lui e gli altri dirigenti dell’azienda finirono per accordarsi con lo Stato per un risarcimento di 61 milioni di dollari.

Schilling diede la colpa del fallimento della sua impresa, ovviamente, al governatore filodemocratico: le sue dichiarazioni avevano fatto scappare via un potenziale investitore che si era detto pronto a salvare la compagnia e commissionare un altro titolo a 38 Studios, dal valore di 35 milioni di dollari. Da quel momento in poi, l’eroe dei Sox 2004, che evidentemente aveva già delle idee conservatrici quando giocava ma non le aveva mai espresse, iniziò la sua personale crociata contro i progressisti, rendendola pubblica tramite i suoi account social.

Cercò di costruirsi una terza carriera come commentatore televisivo per la ESPN e, nel 2014, entrò a far parte della cabina di commento del Sunday Night Baseball, la partita più seguita della settimana per il pubblico americano. Ma riuscì a mantenersi lontano dalle controversie solo per poco più di un anno, e anche questa grande occasione sfumò ben presto. Il 25 agosto 2015, mentre era a Williamsport a commentare la Little League World Series, postò (e poi cancellò subito) questo tweet, che comparava l’Islam al nazismo:

Chiese scusa poco dopo, ma venne sospeso dal suo ruolo a tempo indeterminato, pur restando formalmente sotto contratto con ESPN. Venne definitivamente licenziato nell’aprile successivo, dopo aver condiviso, questa volta su Facebook, un post denigratorio nei confronti delle persone transgender.

La sua condotta era stata «inaccettabile», disse il comunicato stampa con cui veniva annunciata la cessazione del rapporto di lavoro. Curt Schilling aveva un nuovo nemico: i media. E non era l’unico: era già iniziata la campagna elettorale per le presidenziali del 2016, e la guerra contro il giornalismo mainstream era diventata uno dei capisaldi del messaggio di Donald J. Trump. A quel punto, fu logico che Schilling appoggiasse in pieno il candidato repubblicano. Senza più una posizione lavorativa da difendere, il pitcher attaccò sempre più spesso sui social Hillary Clinton e le piattaforme mediatiche che, a suo dire, non la criticavano abbastanza (arrivando addirittura a retwittare un’immagine che incoraggiava il linciaggio dei giornalisti). Così facendo, si guadagnò un posto su Breitbart, uno dei quartieri generali sul web della alt-right, sito web di estrema destra che dà voce, tra gli altri, ai suprematisti bianchi e diffonde teorie cospirative senza fondamento.

La trasformazione, per Curt Schilling, era completa. Da leggenda del baseball a testimonial della frangia più radicale della destra americana. Dopo la vittoria elettorale di Trump, l’ex campione dichiarò di voler fare un passo in più: candidarsi per il Senato alle elezioni di midterm del 2018, contro la democratica Elizabeth Warren, nel Massachussets. Per attirare i voti degli elettori più estremisti, in quel periodo si dichiarò sostenitore di Qanon, la folle teoria che denuncia una fantomatica cospirazione ai danni di Trump, promossa da una rete di pedofili satanisti di cui farebbero parte finanzieri, produttori di Hollywood e il partito Democratico.

Schilling finì poi per abbandonare i suoi propositi, supportando invece la candidatura dell’indipendente Shiva Ayyadurai, un altro diffusore professionista di fake news (tanto per dirne una, dice di avere inventato le e-mail quando era alle scuole superiori). Ayyadurai prese il 3.39%: probabilmente anche troppo.

Arriviamo, così, a oggi. Le controversie che hanno Curt Schilling come protagonista hanno continuato ad aumentare, particolarmente dopo la vittoria di Joe Biden alle presidenziali dello scorso novembre, tra illazioni di brogli e appelli ai “patrioti” americani per “fermare il furto” dei Democratici. Fino al tweet dello scorso 7 gennaio sui fatti di Capitol Hill e Black Lives Matter. Dopo il ban di Donald Trump da Twitter, però, l’ex lanciatore si è spostato su Parler, il social network degli ultraconservatori, su cui si possono postare opinioni e teorie infondate senza incorrere in cancellazioni o sospensioni. Ma, nella giornata dell’8 gennaio, Parler è stato eliminato dall’App Store di Apple e da Google Play Store. Il giorno dopo, Amazon, sulla cui infrastruttura poggia la app, ha dichiarato che ne avrebbe spento i server.

Il 26 gennaio saranno annunciati i risultati delle votazioni per la Hall of Fame. Vedremo se le prestazioni di Schilling riusciranno ad offuscare, nella mente della Baseball Writers Association of America, la figura che è diventato dopo il ritiro.

Published by pierluigimandoi

No matter how good you are, you're going to lose one-third of your games. No matter how bad you are you're going to win one-third of your games. It's the other third that makes the difference. (Tommy Lasorda)

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