La simulazione (poco seria) di una legislatura in Democracy 3

Sviluppato dagli inglesi di Positech Games nel 2013, Democracy 3 è un simulatore di governo: un videogioco di strategia nel quale si assume il ruolo di primo ministro di un Paese democratico, provando a farlo crescere e a risolvere i suoi problemi. Con un occhio, ovviamente, alle possibilità di rielezione. Una mod, disponibile gratuitamente su Steam Workshop, permette di prendere le redini dell’Italia. Nell’ottobre 2020 è uscito in early access il suo sequel, Democracy 4, nel quale non sarà necessaria una mod per governare il Bel Paese. L’Italia, però, purtroppo, non è ancora disponibile tra le nazioni giocabili.

Passare da Football Manager a Democracy è, praticamente, la versione videoludica di quello che succede ad ogni crisi di governo, quando gli Italiani smettono i panni dell’allenatore di calcio per indossare quelli del fine politologo o costituzionalista. Da buon italiano, non potevo esimermi dal farlo anche io. Riuscirei, da presidente del Consiglio, a durare un’intera legislatura? C’è solo un modo per scoprirlo.

Ancora non riesco a credere di trovarmi a Palazzo Chigi. D’altronde, il percorso che mi ha portato qui non è stato esattamente convenzionale. L’ennesima elezione senza un chiaro vincitore, mesi di consultazioni e tentativi di mediazione, un paio di voti di fiducia miseramente falliti. Poi, la mossa della disperazione: affidarsi a un completo sconosciuto (ancora meno conosciuto di quanto non fosse Giuseppe Conte nel marzo 2018). Non so bene a chi o perché sia venuto in mente di chiamare proprio me, forse è stato qualche parlamentare appassionato di baseball. Fatto sta che ho ricevuto una chiamata da Roma, e non ho potuto rifiutare l’incarico offertomi.

Mi pagano il biglietto, mi comprano un completo buono e, due giorni dopo, sono in Parlamento a ottenere la fiducia come capo di un governo di unità nazionale. Il nome della coalizione che mi supporta è un po’ ridondante, e per giunta immotivatamente in inglese, ma gli spin doctor della politica dicono che funzionerà: The People’s Popular Coalition.

Si sbagliano. Non funziona. Inizio il mio primo giorno di governo con un tasso di approvazione intorno al 5%, il più basso della storia. Da un certo punto di vista non ci posso fare niente: non è facile affidare a un carneade la guida di uno Stato, ed è preventivabile che un po’ di malcontento ci sia. Dall’altra, certo, potevo evitare di mettermi a gridare in diretta TV «Studiate diritto costituzionale!!!» dopo aver letto l’ennesimo commento sui social del tipo «Ecco qua, un altro presidente non eletto dal popolo…»

Davanti a me, una situazione piuttosto difficile. Economia non competitiva, disuguaglianze sociali. Soprattutto, un tasso di criminalità spaventoso.

In compenso, per qualche ragione, eredito un Paese estremamente progressista quanto a politiche ambientali e, siccome non vorrei fare danno, dichiaro che continuerò sulla strada dei miei predecessori. Ottengo, dopo un totale di un minuto, il mio primo achievement su Steam. Non me lo merito.

Per il resto, ammetto di non avere la minima idea di cosa fare. L’interfaccia del videogioco permette di intervenire su mille policy, ma io non so proprio da dove iniziare. Decido quindi di comportarmi quanto più all’italiana possibile, reagendo alla giornata alle situazioni che mi si palesano davanti, senza un particolare piano a lungo termine. In fondo, ho il completo appoggio del mio governo (tranne quel Jonathan Bergonzi alla Giustizia, di cui non mi fido tantissimo: devo tenerlo d’occhio). Quindi, se il problema più pressante è la criminalità, come primo provvedimento aumento lievemente i fondi a forze dell’ordine, intelligence e simili. La copertura finanziaria la trovo tassando le compagnie aeree: tanto con il Covid non viaggia più nessuno, e poi, peggio di così, Alitalia non potrebbe andare in ogni caso.

Seconda priorità: raddrizzare i conti pubblici. Bisogna alzare le tasse. Ma aumentare l’aliquota media dell’IRPEF farebbe svanire anche quel poco di consenso che ho. Preferisco tassare le grandi società. E devo dire che questa mossa viene bene accolta dalla popolazione generale. La mia popolarità si alza fino al 14%. In compenso, il locale partito di ispirazione comunista, qualunque nome abbia in questo momento nel mondo virtuale di Democracy 3, dichiara che il mio governo è «illegittimo, e va fermato in tutti i modi». Non so se preoccuparmi più di tanto, ma nel dubbio aumento il numero delle mie guardie del corpo.

L’aumento vertiginoso nei sondaggi, però, fa scattare in me una molla. Tutto d’un tratto, penso che poi, questa poltrona di Palazzo Chigi, in fondo, non è così scomoda. E se provassi a farmi rieleggere? In un piccolo delirio di onnipotenza, cerco di migliorare ulteriormente il mio consenso: aumento i sussidi per i disabili e gli incentivi alle imprese che rispettano l’ambiente, aumentando le multe per quelle che inquinano. Faccio aumentare anche il prezzo delle bevande alcoliche, magari sarà una misura impopolare all’inizio, ma alla lunga spero che faccia diminuire il microcrimine.

A questo punto, ho bisogno che la mia azione di governo non abbia più ostacoli. Devo circondarmi di yes-man. Rimpastino? Rimpastino! Via Bergonzi dalla Giustizia, dentro il giovane Domenico Motta: esperienza zero, ma è un fedelissimo, e tanto basta. Poi, mi arriva una notizia fantastica. A causa della buona congiuntura economica mondiale, anche l’economia italiana è tornata a buoni livelli, e non è più non-competitiva!

Festeggio con i miei fidati consiglieri, bevo uno o dieci bicchieri di troppo e, nell’ebbrezza dell’alcool (da me stesso, peraltro, supertassato qualche mese fa), pronuncio una parola ormai antica. Un nome che, come Lord Voldemort in Harry Potter, ormai non si può più pronunciare senza suscitare terrore negli interlocutori: PATRIMONIALE.

Mi sento ormai come in una di quelle citazioni che tanto andavano nel Facebook dei primi anni ’10: “«È impossibile», disse l’orgoglio. «È rischioso», disse l’esperienza. «È senza speranza», disse la ragione. «Inseriamola di nascosto in un provvedimento che aumenta i fondi alle scuole pubbliche», disse il cuore“. La legge, incredibilmente, passa. I grandi industriali se la prendono un po’, ma che sarà mai: l’economia continua a crescere per qualche motivo, e confido che finché sarà così non ci saranno grossi problemi.

Poi succede un disastro. Nel tentativo di procurarmi ministri ancora più fedeli, premo il pulsante sbagliato e faccio dimettere l’intero governo. Spiego l’errore al Quirinale («Succede a tutti, non si preoccupi», mi dice il Presidente), consultazioni lampo et voila, si torna in sella. Spiace solo per il ministro degli Esteri, che non ha accettato di tornare. Al suo posto l’italoinglese Gianluca Vardy: dice di non essere parente dell’attaccante del Leicester, ma non ci credo troppo.

Nella confusione della mini-crisi di governo, un gruppo di attivisti conservatori mi chiede a gran voce di abrogare la legge sulle unioni civili, anzi addirittura di proibirle a livello costituzionale.

Ovviamente rispondo picche. Sui diritti civili non si può tornare indietro in alcun modo: sono sicuro che capiranno. Poi mi arriva questo avviso dall’Intelligence.

Davvero l’Alleanza dei Valori Tradizionali vuole farmi fuori? Non posso credere che una simpatica signora bionda come quella della foto sia in grado di macchiarsi di un simile delitto. Mi dico che è solo un eccesso di precauzione e non do molto peso agli avvertimenti. Fino a quando non provano davvero a togliermi di mezzo. A quel punto sì, che li prendo sul serio.

Per provare a salvarmi la pelle, aumento la spesa per la sicurezza pubblica e i fondi per le forze dell’ordine, e introduco una legge sulle intercettazioni più efficace. Per finanziare questi provvedimenti, alzo le accise sul tabacco, poi legalizzo le droghe leggere e impongo delle super-tasse anche su di loro. In maniera assolutamente casuale, ottengo i seguenti effetti:

  • I conservatori sono contenti della stretta sulla sicurezza e ce l’hanno un po’ di meno con me
  • Il crimine diminuisce a una velocità inaspettata
  • I Gggiovani sono contenti per la legalizzazione della cannabis
  • Il mio consenso sale verso uno strabiliante 45%, trasformando un delirio di onnipotenza in una vera e propria mania.

Certo, gli industriali non sono molto felici di queste nuove imposte. Anzi, dire “non felici” è usare un eufemismo:

Il mio apparato di sicurezza, però, stavolta è pronto: nonostante ripetute minacce, riesco ad evitare l’attentato. Intanto, manca solo un anno alle urne, ed è il momento di entrare in modalità campagna elettorale.

Passo mesi frenetici cercando di aumentare il consenso, a costo di indebitare ulteriormente il Paese. Tanto, se non verrò rieletto, sarà un problema di chi mi succederà. Aumento pensioni, sussidi di maternità e finanziamenti per le fonti di energia sostenibili, riempio le scuole di banchi nuovi (a rotelle e non). Fino al grande giorno: sarò riuscito a guadagnarmi la rielezione?

Cinquantanove. Per. Cento. Un plebiscito. Tutti vogliono bene al mio governo (a parte gli industriali di cui sopra, ma dettagli).

Come disse qualcuno, «Started from the bottom, now we’re here». Anche se, ancora, non so bene come. La gente è felice, l’economia va meglio, l’ambiente è più protetto, e soprattutto sono ancora vivo. Molto più di quanto mi aspettassi. Anche Steam mi fa i complimenti!

Ora, scusatemi, ma con tutto questo consenso posso finalmente dedicarmi al mio vero sogno: cambiare la Costituzione. Riformiamo il Senato, ci liberiamo del Cnel, yada yada yada. Credo che a un certo punto annuncerò che, se il referendum costituzionale non passerà, abbandonerò la politica. Sinceramente, però, non credo che sarà un rischio: guardate quanta gente ha votato per me!

Published by pierluigimandoi

No matter how good you are, you're going to lose one-third of your games. No matter how bad you are you're going to win one-third of your games. It's the other third that makes the difference. (Tommy Lasorda)

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